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 l'auteur

Simone Casetta

Simone Casetta (1961)
Nato a Milano, ha iniziato giovanissimo a fotografare persone, realizzando ritratti e reportage. Nel 1975, come assistente del fotografo Luciano Ferri, ha viaggiato a lungo in Pakistan al seguito del grafico Dante Bighi per la produzione di un libro commissionato dal governo locale, e questa esperienza ha segnato il successivo interesse e il forte coinvolgimento in tematiche sociali quali la distribuzione delle risorse alimentari, il dialogo tra le religioni, e nei grandi temi come la guarigione e la percezione della morte nelle diverse culture. Il suo lavoro, strutturatosi con innumerevoli incarichi editoriali, si concentra oggi nella produzione di progetti editoriali e espositivi. Ha esposto le proprie opere in mostre collettive e personali in Italia, Francia, Austria e Svizzera, e pubblicato su molte delle più importanti testate italiane e straniere. Esperto nella stampa fotografica a colori, in bianco e nero e al platino-palladio, tratta i materiali sensibili nel proprio laboratorio e realizza personalmente le proprie tirature. Dal 2007 è docente di “Linguaggio e pratica del racconto fotografico” presso l'ISIA - Università di Urbino.

info@simonecasetta.it
http://www.simonecasetta.it

 


Aux abonnés absents
Simone CASETTA
Textes de John Berger
et Henri Peyre

 

 

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Simone Casetta : Aux abonnés absents

 

Come è diventato fotografo?

 A dieci anni ho trovato in casa un libro che era stato regalato ai miei genitori. Era “Moments” di Irving Penn. Lo guardavo spesso e non riuscivo a finirlo per l'emozione troppo forte che l'intensità dei suoi ritratti e la bellezza del suo linguaggio mi provocavano . Fisicamente sentivo una stretta allo stomaco.

Giocavo con la Polaroid di mio padre, sperimentavo con l'Hasselblad che aveva acquistato a Hong Kong durante un viaggio di lavoro, e che ancora oggi utilizzo per fotografare. Appena mi si è presentata l'occasione ho subito approfittato dello studio di due fotografi milanesi, Giancarlo Greguoli e Luciano Ferri, che mi lasciavano assistere e fare pratica nel loro studio e nella loro camera oscura. Ci andavo tutte le volte che potevo, dopo la scuola. Per il mio undicesimo compleanno ricevetti in dono un piccolo ingranditore, due bacinelle e una tank da sviluppo...

A diciotto anni, nel 1979, iniziai una professione fotografica istintiva e commerciale, che dopo poco mi fece approdare all'editoria periodica come ritrattista e fotografo generalista.

Più tardi l'incontro con il lavoro di Luigi Ghirri, primo fotografo completamente Italiano, e l'amore mai esaurito per l'opera di Mario Giacomelli, sono stati i punti-cardine per la mia comprensione del significato della fotografia. Ho iniziato a studiare, a frequentare avidamente mostre, convegni e libri. Attorno al 1989, riconobbi di avere trovato un mio  primo linguaggio consapevole, mentre fu solo nel 1997 che arrivai a definire le tecniche e l'approccio che ancora oggi sento in armonia con la mia visione del mondo.

 

 

In che modo è arrivato ad affrontare questo tema?

Come spiego nel breve testo che accompagna le fotografie nel libro, l'incontro con queste persone, conservate in un museo anatomico, è accaduto senza che lo cercassi. Ero impegnato nella realizzazione di una serie di ritratti di medici eccellenti in Italia commissionato da un settimanale di attualità, quando un usciere dell'ospedale Forlanini di Roma mi ha invitato a visitare il loro museo. Non sono stato io a decidere di fotografarli, ma è stato il loro canto a invitarmi, senza lasciarmi la possibilità di scegliere.

Credo che le mie numerose esperienze di reportage sociale nei paesi dell'Africa, dell'Asia e del Sud America, siano state fondamentali per educare le mia sensibilità nel percepire questo canto.

 

 

Che legame si è instaurato con le persone presenti in questi vasi?

Già al secondo giorno di riprese mi sono ritrovato a parlare con le persone che fotografavo. Ho anche pensato di avere iniziato a perdere la ragione! Credo invece di avere ricevuto da loro risposte molto preziose.

 

 

L'Editore 5 Continents ha pubblicato un libro, distribuito in Francia da Seuil. Nel bellissimo progetto grafico sono presenti alcune doppie pagine interamente bianche. A che scopo? Per lasciar prendere fiato al lettore, per comunicargli meglio l'arresto del tempo?

Il progetto del libro è stato pensato da Martina Biondi, grafica e designer che ha già altre volte dimostrato una particolare sensibilità e bravura nell'impaginare la sequenza fotografica nei libri. Martina ha subito molto amato questo lavoro, ed è sua l'idea di lasciare delle pagine completamente bianche. Le ha intese come una continuazione della luce che avvolge queste presenze. Spiega di averle inserite nel libro per concedere a chi osserva il tempo  di assimilare l'emozione provocata da questi incontri. Sono pagine in cui ciascuno legge e riflette se stesso.

 

 

Il progetto del libro è stato difficile da concepire? Come è stato costruito?

Il primo importante lavoro è stato fatto da me, quando ho selezionato poco più di  quaranta immagini da un corpo di quasi centocinquanta. Poi con Martina e l'editore Eric Ghysels, abbiamo abbozzato la sequenza durante un intenso pomeriggio di lavoro domenicale. Martina racconta che poi, una volta decisi i parametri grafici dell'opera, le immagini si sono impaginate da sé. Senza una “gabbia” costrittiva, ogni persona ha trovato il suo posto nella pagina, senza sforzo.

La parte più delicata è stata l'inserimento dei testi. John Berger ha riconosciuto l'esatta corrispondenza dell'opera fotografica con le sue “Dodici Tesi sull'economia dei Morti” (testo edito qui per la prima volta in Francese) e ha deciso di unire le sue parole al mio lavoro. L'incontro con lo scrittore è stata decisivo. E' infatti sua la proposta di aggiungere un mio testo e di collocare le “12 Tesi” dopo la sequenza delle immagini.

 

Dal punto di vista tecnico: con che materiale ha lavorato? Questo lavoro fotografico ha presentato dei problemi particolari?

Le fotografie sono state tutte scattate in luce naturale, su pellicola negativa a colori di formato 4x5” e 6x12 cm. Le pellicole sono state sviluppate normalmente e stampate direttamente su carta fotografica a colori nella mia camera oscura.

I tempi di posa sono stati molto lunghi, mediamente da 10 a 30 minuti.

Non ritengo d avere dovuto risolvere problemi tecnici particolarmente complessi, nel realizzare queste immagini. Solo ho dovuto prestare attenzione alla resa tonale delicata delle alte luci, dosate in modo che non si arrivasse ad appiattire il volume dei volti e dei corpi. Non è stata effettuata alcuna mascheratura né alcun intervento di ritocco dell'immagine. La camera è un banco ottico Sinar P del 1980 con obiettivi Rodenstock e Schneider da mm. 150, 210 e 300.

a

 

 

 

 

dernière modification de cet article : 2012

 

 

 

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